Giulia/ Gennaio 26, 2018

In questo caso è stata la mia collega Clara a parlarmi de “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood.

Non c’è nella nostra biblioteca della Rosta, ma lo trovate alla Panizzi nella sezione moderna e nella decentrata Ospizio collocazione N.Atwood.

Siamo in un cupo mondo futuro in cui guerre e radiazioni hanno reso la popolazione quasi completamente sterile, e in uno stato totalitario governato da una cultura iper religiosa e maschilista in cui le donne vengono private della libertà e della individualità, tanto che viene tolto loro anche il nome. Tutto questo è raccontato da un’ancella, cioè una delle poche donne ancora fertili che vengono utilizzate al solo scopo riproduttivo.

Il racconto è diviso nei momenti in cui narra il presente, le regole e l’estrema violenza della società di cui è prigioniera e altri in cui ricorda il suo passato e di come la sua vita, insieme a quella di tutti gli altri, fosse passata in modo sempre più veloce dalla normalità e serenità all’angoscia della privazione e al regime.

Ho appena imparato che la parola utopia ha un contrario, cioè distopia. Non lo sapevo. Ma adesso che il mio vocabolario si è così arricchito posso darmi un tono e affermare che come ogni romanzo che parla di una distopia anche questo è piuttosto angosciante, soprattutto perché questa società è sì immaginaria, ma non così distante da realtà che esistono, e neanche troppo lontane da noi. Però, a parte il fatto che è un romanzo bellissimo, c’è qualcosa che gli dà anche una lettura inaspettatamente positiva.

Sono a letto da un mese e mezzo, giorno più o giorno meno, per via di un piccolo problema alla schiena.

Nella mia vita senza ernia generalmente ho poco tempo per riposarmi e lavoro parecchio; tra l’ufficio, gli orari, le riunioni, le scadenze, i bolli, le pagelle, i compiti di mia figlia, il bucato e i piatti mi sento di non avere mai abbastanza tempo, di non avere abbastanza libertà. Ma ora mi sono trovata a non poter muovere un dito perché qualsiasi cosa mi provoca dolore fisico e a dipendere completamente dalla mia famiglia anche per la cosa più banale. Un leggerissimo cambio di stato, insomma. Ieri però, con fatica e dopo molto tempo, ho lavato qualche piatto. Mi sono sentita notevolmente libera e leggera a poterlo fare ed il pensiero, non per la prima volta in queste 8 settimane, è tornato a mia madre che non può fare niente di tutto questo da 13 anni ormai.

Ora, so che la lettura di un romanzo di un’autrice più volte candidata al premio Nobel e lavare i piatti dopo un mese di riposo non sono esattamente episodi che andrebbero paragonati… Ma sono una donna un po’ superficiale e mi sono trovata ad accomunare queste due cose perché mi hanno portato a riflessioni simili… e cioè che fa bene ogni tanto essere portati a riflettere su cosa voglia dire essere veramente privati della libertà e a porgere un pensiero a tutti quelli che non sono liberi di fare quello che vogliono, di decidere della propria vita ed anche ad altri più vicini a noi, che non possono lavare i piatti e fare lavatrici e decidere di mescolare, volendo, i bianchi e i colorati (cosa che mia madre non farebbe però mai, ndr).

Comunque… da questo romanzo è stata tratta una serie con lo stesso titolo, “The handmaid’s tale”. E’ sufficientemente fedele al romanzo da mantenerne la bellezza, ma ha anche piccole differenze ed è arricchita di episodi che la rendono interessante da vedere anche per chi ha già letto il libro. Ci regala immagini, nella crudezza di un mondo terribile, suggestive e bellissime, e anche qui personalmente trovo l’intento di voler fare apprezzare la bellezza delle cose semplici e in generale dare comunque speranza.

Insomma, se posso dare un consiglio spassionato… leggete il romanzo, guardate la serie, e lavate i piatti.

Vi sentirete meglio.

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