Francesco/ Febbraio 24, 2018

Qualche anno fa ho iniziato a interessarmi della Rosta e della sua storia. Lo ho fatto attraverso una piccola “inchiesta fotografica” (pubblicata nel volume “Una volta alla Rosta c’era il mare”), incentrata su alcune immagini, conservate alla biblioteca “Panizzi”, e che rappresentano uno spettacolo che il celebre Living Theatre tenne proprio per le strade di questo quartiere il 5 gennaio del 1976. Si trattava di una performance inserito un una serie di “eventi” avvenuti in diversi luoghi della città, che il gruppo di artisti volle tenere in solidarietà con le operaie della CONFIT, un’azienda tessile che, poco tempo prima, aveva deciso di “tagliare i costi” appunto licenziando un centinaio di dipendenti a Reggio.

Quelle immagini, realizzate da William Ferrari, che era allora il fotografo del Comune di Reggio, rimandano ad un episodio sicuramente fuori dell’ordinario, ma ci permettono comunque di osservare i volti e i corpi di tante persone che vivevano alla Rosta quaranta anni fa e anche di più. Ci permettono ad esempio di vedere come si vestiva la gente, come erano le automobili e, in generale, come appariva il quartiere.

Oggi, con CARTOLINE, voglio dedicarmi a un piccolo esperimento, a partire dall’analisi di fotografie nate alla Rosta nei decenni passati. Ogni tipo di immagine è interessante, anche la più quotidiana, anche la più banale.

Non sono, in altre parole, alla ricerca di fotografie “eccezionali”: ritratti di singoli o di gruppi di persone, fotografie di feste e cerimonie pubbliche, fotografie di case e di edifici pubblici, tutto può essere utile per realizzare altre piccole “inchieste”.

Perché CARTOLINE? La Rosta – come del resto la città di Reggio in generale – non è certo una località turistica molto gettonata e non ha monumenti da esporre. Il patrimonio della Rosta è anzitutto nella vita di chi ci abita e di chi vuole conoscere qualcosa del posto dove vive. Può essere molto divertente interessarsi alla storia del proprio quartiere, e, in particolare, alla vita quotidiana delle persone che ci hanno vissuto e che hanno contribuito a renderlo così come esso è oggi.

Quello che si potrà ricavare da questa specie di esperimento dipende molto dall’aiuto dei volonterosi della Rosta che vorranno farmi avere delle immagini, di cui pure ignorino l’autore e il soggetto, che hanno trovato semmai confinate in una vecchia cantina o sepolte in qualche armadio. Così potremo iniziare ad indagare sulle fotografie, collocarle nello spazio e nel tempo e provare a ricavarne delle storie.

Grazie per la collaborazione!

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