Andrea/ Giugno 20, 2018

Anche se un po’ sfuocata, fatta con un telefonino al volo, a me questa foto piace molto, perché la risata della maestra Annalisa, che insegna alla scuola Renzo Pezzani di Reggio Emilia, ci racconta di un incontro conviviale, quasi familiare, ma allo stesso tempo speciale, diverso dall’ordinario. Perché alcune persone che lavorano per un’associazione giapponese che sviluppa progettualità sociali, D.dialogue, dovendo venire in Italia per un oramai classico study tour dei servizi, ha fatto una ricerca su internet ed ha scoperto che in una piccola scuola primaria e in un piccolo quartiere di una città nota al mondo oramai quasi esclusivamente per le sue scuole dell’infanzia, attraverso la costruzione di legami tra persone comuni, insegnanti, cittadini, bibliotecari, educatori, bambini e bambine, da alcuni anni si fanno cose che a volte si fa fatica a capire sul momento, tipo dare come nome ad un parco senza nome “Senza Nome”!
In fondo cosa è successo? Un gruppo di insegnanti ed architetti nipponici sono usciti dai consueti percorsi obbligati, hanno preso l’autobus 3 dal parco del Popolo, sono scesi in piazza Neruda e sono entrati in una scuola statale per l’occasione tenuta aperta dalle sue insegnanti, per confrontarsi con loro, con i genitori che vivono attivamente la scuola e con i cittadini del quartiere che le sta attorno, su come praticare quotidianamente il senso di appartenenza ai luoghi comuni ed esprimere appieno la propria cittadinanza – termini che si è scoperto essere difficili da tradurre in giapponese. Ma nessun proclama. C’era da raccontare delle storie di ordinaria partecipazione che danno molta soddisfazione, ma che comportano anche molta fatica, molto investimento personale. Se non ci si scandalizza per l’espressione, si potrebbe parlare della “politica delle piccole cose”: fare un albero in comune, tutti insieme, a Natale – né mio, né tuo, nostro; una mostra di fotografie dei bambini di ieri e di oggi perché una scuola non è un palazzo, ma le persone che l’hanno vissuta, la vivono e la vivranno, ecc. ecc. Piccole cose, non perché non siano venute quelle grosse, ma per una precisa scelta di misura. Iniziative vivibili, sostenibili a misura di persona, adulto o bambino che sia, che consentano di essere vissute e costruire relazioni. Non incontri occasionali, per intenderci.
Un evento insolito, in ogni caso, fuori dagli schemi e dall’ordinario, che ha lascito in chi ne ha preso parte qualcosa, ad esempio la sensazione di fare qualcosa di sensato. Coi tempi che corrono, mica cosa da poco. Eppure a Reggio Emilia questo tipo di eventi non fanno notizia.
Infatti, nessuno ha dato fuoco a nulla. Non ci sono stati liti per futili motivi. Nessun genitore ha preso a schiaffi un insegnante. Non si sono registrati furti né incidenti diplomatici. Non sono stati seminati chiodi nella palestra della scuola, né sono stati imbrattati i muri del quartiere, né tanto meno si sono registrate minacce di morte per orientamenti sessuali di sorta. Ad un cero punto si sono perfino sentiti chiaramente due bambini urlare e non sono volati secchi di acqua dalle finestre. Insomma, sono successe solo cose di cui è meglio non sapere: una trentina di persone, che a diverso titolo, si fanno coinvolgere perché ci tengono al bene comune (che sia la propria scuola, il proprio quartiere, la propria città, ecc.) e che si occupano di ricerca, educazione, volontariato e cultura, si sono conosciuti fuori dagli schemi istituzionali in modo conviviale, si sono scambiate esperienze, in una scuola periferica e in un parco Senza Nome, in un caldo pomeriggio di giugno. Forse da cosa nascerà cosa, forse è stato solo bello così. Per chi non lo sapesse, si è perfino cantato e ballato. E nessuno è stato arrestato!

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