giulia/ giugno 29, 2018

Non l’avevo mai fatto prima. Di non chiudere un libro una volta terminato ma semplicemente, letta l’ultima frase dell’ultima pagina, ritornare alla prima e ricominciarlo. Questa volta però mi è sembrato naturale farlo, perché avevo cominciato il volume in modo un po’ distratto e un po’ superficiale ma prestando sempre più attenzione mano a mano che la lettura andava avanti. Una volta terminato, mi sono resa conto che la prima metà del libro l’avevo avevo letta distrattamente, a volte scivolando sulle righe senza capirle. Quindi ho voluto ricominciare, più lentamente, soffermandomi sulle frasi, per non perdermi niente della bellezza della scrittura.
“Stoner” di John Williams è la storia di un uomo che ha avuto una vita come quella di migliaia di altre persone, non particolarmente eccitante né degna di nota, a volte triste e banale, e la cui piattezza viene svelata nel primo paragrafo del libro.
E’ senz’altro per questo motivo che l’ho trovato, inizialmente, un po’ una barba. Ho continuato a leggerlo perché sulla quarta di copertina i commenti erano particolarmente entusiasti, e firmati da scrittori e giornalisti di cui immagino ci si possa fidare. E anche perché non può essere un caso che questo volume si trovi in quasi tutte le biblioteche di Reggio Emilia, due copie solo nella nostra della Rosta Nuova (collocazione N.Williams).

Quindi sono andata avanti, e mi ha coinvolto come pochi altri libri nella mia modesta carriera di lettrice.
La vita di quest’uomo raccontata crudamente risulta deprimente… ma scritta da Williams, diventa una storia meravigliosa.
E’ un attimo fare diventare questa una questione personale, o almeno, lo è per me.
Noi fortunati che ci possiamo permettere le crisi esistenziali (perché lo sappiamo benissimo che chi ha problemi veri non ha tempo né voglia di rimuginare sulla propria condizione) ci chiediamo se la vita che stiamo facendo vale la pena di essere vissuta, ci chiediamo se la stiamo vivendo in modo dignitoso, o se invece la stiamo buttando via procedendo su esistenze troppo banali. Più di una volta mi sono trovata a chiedermi se su di me si potrebbe mai scrivere qualcosa, se la mia esistenza ha senso o se arriverò ad essere vecchia, a guardarmi indietro e ad avere dei rimpianti su come me la sto vivendo.
In questo momento ho trovato nel libro di Williams la risposta, è cioè che non conta quanto grandi sono le tue imprese e quanto successo hai, quanto fai carriera e quanti posti ti puoi permettere di vedere. Conta quanto sai scrivere bene la tua storia.  Per quanto mi riguarda ascoltando bella musica, leggendo bei libri, andando a concerti e mostre quando posso, divertendomi bevendo e mangiando fino a tarda notte con gli amici e aprendo la porta a persone nuove e a nuove esperienze. Ma soprattutto non smettendo mai di farmi emozionare profondamente anche dalle cose più piccole. Domenica sono andata al concerto del mio gruppo preferito e quelle due ore e quaranta mi hanno ridato carica di energia in un periodo un po’ spento e antipatico e una conferma di questo pensiero: che una vita scritta male non è una vita priva grandi eventi, ma di grandi emozioni.

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