giulia/ settembre 10, 2018

C’è un momento della nostra vita in cui la nostra infanzia diventa definitivamente un ricordo e non si hanno veramente più appigli materiali a quel periodo in cui eravamo bambini fortunatamente spensierati.
Questo a me è successo improvvisamente il mese scorso, e sebbene sappia perfettamente che 38 anni è un’età abbastanza avanzata per uscire dall’infanzia, quando viene a mancare la tua ultima nonna è sempre uno sconvolgimento fortissimo. La perdita di una persona a cui vuoi bene e che vivi nella quotidianità è amplificata dal dolore che ti provoca il relegare al solo ricordo una fase meravigliosa della tua vita.
La casa dei miei nonni era un luogo sicuro, un posto dove noi nipoti andavamo a crescere nel modo più felice possibile, dove sperimentavamo la libertà e la gioia assolute. Ancora oggi quando a maggio fioriscono i tigli il loro profumo mi fa tornare bambina, perché quello era il profumo del giardino del nonno Francesco e della Carla. Fino al 4 luglio entrare in quella casa, sedermi a quella tavola ed essere circondata dagli stessi oggetti che erano lì già 40 anni fa, non variati neanche nella posizione, mi dava la sensazione di essere protetta, in un nido sicuro in cui non dovevo preoccuparmi di niente.

La stessa sensazione me l’ha data la lettura del libro di Kent Haruf, “Canto della pianura”.
La trilogia della pianura, di cui questo romanzo è il secondo capitolo (“Benedizione” il primo e “Crepuscolo” il terzo) narra le vite di alcuni abitanti di una piccola cittadina americana che per forza di cose si intrecciano tra di loro. La trilogia è “slegata”, quindi i romanzi possono essere letti in un ordine qualsiasi, ma cronologicamente Benedizione sarebbe l’ultimo. Trovate tutti e tre i libri nella biblioteca Rosta Nuova, collocazione N.Haruf.
In questo secondo romanzo una ragazza giovanissima rimane incinta e viene cacciata di casa, un insegnante si trova a crescere i due figli senza la moglie, gli stessi ragazzi affrontano il bullismo, la morte e l’abbandono… Avvenimenti che non hanno nessun peso nella società in senso allargato, ma che sono fondamentali nella vita di chi li vive.
Io non lo so se è la scrittura di Haruf, o il fatto che tutte queste vicende capitino in un’area limitata, o ancora che i protagonisti delle diverse storie si tocchino e incontrino in continuazione, ma le pagine di questo romanzo ti abbracciano ed emanano serenità come la casa dei nonni.
Leggendo ho avuto costantemente la sensazione che qualsiasi cosa accadesse ai protagonisti questi potessero stare tranquilli, perché nei paraggi qualcuno si sarebbe occupato di loro accogliendoli con una tazza di tè e un letto con lenzuola pulite e ruvide, come quello che mi preparava mia nonna.

E’ bello sapere che nonostante il mio nido ormai sia vuoto ho ancora la possibilità di leggere e rileggere i romanzi della trilogia, e di sentire il profumo dei tigli in primavera.

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