Eluccia/ ottobre 9, 2018

Domenica mattina. Ultima luce di settembre. Una voce mi accoglie all’ingresso del parco. È una voce inconfondibile, di un bambino del mio gruppo l’ultimo anno che ho lavorato al nido. La riconoscerei tra tante altre.  È una voce eccitata e divertita, ma anche un po’ preoccupata. Sono sempre più curiosa di vedere cosa stia accadendo, mentre mi avvicino sempre di più. E scopro un parco diverso. O c’è qualcosa di nuovo o non ho mai guardato abbastanza. La mamma sta aiutando quel bimbo a salire su un grosso tronco tagliato in obliquo. Lo tiene saldo mentre lo incoraggia a trovare un proprio equilibrio e alzarsi sulle gambe. Il fratellino maggiore, solitamente timido – almeno verso di me – mi saluta da lontano con un ciao sonoro, che poi ripete sventolando la mano. Il fratellino più piccolo, attento, sorride vedendomi, ma si rifugia traballante tra le gambe della mamma, che continua a tenere lo scalatore, e mi sorride con sguardo complice.Ho risposto al saluto ed ho resistito: non mi sono fermata come si solito faccio quando incontro qualcuno dei miei ragazzi, per non interrompere l’insicurezza e la caparbietà per la conquista di quella vetta. Ma ero felice. Ho gioito dentro di me per quell’incontro. Ho persino dimenticato di scattare due foto con l’Ipad.

Sono tornata oggi a cercare quella torre che non avevo mai notato. Non è un tronco lasciato lì, è il monumento ad un albero che forse stava nel parco, ma ha dovuto essere tagliato. E forse è proprio la base di quell’albero che ora mi sembra un castello, all’estremità opposta. Forse è proprio la torre di avvistamento di quel grande maniero da cui lanciare uno sguardo ampio su tutta la campagna sottostante dopo che un bastione è stato distrutto…

di Eluccia Forghieri

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