Associazioneviawybicki/ Ottobre 27, 2018

Vivo qui da quando hanno costruito le case e mi chiamo Gianni. Per tutti sono Gianni l’ex fornaio; prima, per tutti  ero Gianni il fornaio. Infatti all’inizio degli anni Ottanta ho rilevato il forno che si trova sotto ai portici di Piazza Neruda; io il fornaio lo sapevo già fare da quando avevo quindici anni, ma come dipendente.

Mi conoscono tutti, nel quartiere e non solo: io vado d’accordo con tutti, perché parlo con tutti. Più di tutto mi piace far stare bene la gente, portare allegria. 

Una delle cose più importanti che ho fatto per portare allegria senza chiedere nulla in cambio sono state le famose cene sotto al portico di Piazza Neruda per salutare prima di chiudere per le mie ferie. Ho iniziato nell’85 con una dozzina di amici delle polisportive calcistiche; l’anno dopo eravamo in trenta. Visto che era già una bella tavolata, ho comprato delle lampade da appendere sotto agli archi del portico.

L’anno dopo si è sparsa ancora di più la voce di questa cena offerta dal forno, ed eravamo in sessanta: l’anno dopo in 120. Io non chiamavo nessuno, ma facevo sapere che poteva venire chi voleva. Il record è stato nel 1997, quando abbiamo avuto 500 persone. E’ venuta persino la banda di   Sesso a suonare: come ricompensa han mangiato sotto al portico come noi, niente di diverso. Un’altra volta abbiamo chiamato un tizio che raccontava barzellette dal cassone di un furgoncino su cui  aveva montato un impianto acustico.

In parte lo facevo per fare pubblicità al forno. Ma non solo. Si ragiona con cervello e cuore: non con cervello e portafogli. Ma io credo che il motivo per cui si stava così bene era che sembrava di essere in un teatro. Non in platea: proprio sul palcoscenico. Infatti il portico di Piazza Neruda è rialzato di qualche gradino, e tra le luci appese gli archi e le colonne la gente si sentiva, per una sera, alla ribalta. Si potevano anche controllare facilmente i bambini che giocavano a rincorrersi in piazza.

Queste cose, e un vino toscano bianco che andava giù come acqua, creavano un’atmosfera magica. Certo, cucinare 150 chili di cozze non è un gioco da ragazzi: le cozze van lavate e pulite subito, appena comprate fresche. un trucco del mestiere che ho imparato da autodidatta, come la maggior parte delle cose che cucino. Mia madre era brava con le ricette tradizionali, ma io sono andato oltre e mi lascio appassionare le cucine e gli ingredienti di tutto il mondo. Per carpire i segreti di ogni ricetta bisogna degustare ogni boccone lentamente, non mangiare con la fretta che si ha sempre al giorno d’oggi. Anche per fare il pane ogni giorno uguale bisogna aver passione per quello che si fa, tant’è che da quando ho chiuso il forno e sono in pensione mi capita ancora di andare ad insegnare ai fornai giovani. Su una cosa, a proposito di discepoli, mi sono dovuto ricredere: non è questione di forza fisica.

Un giorno dei miei conoscenti che facevano i contadini mi portarono una ragazzina minuta minuta, dicendomi che non voleva più studiare perché aveva deciso che voleva fare la fornaia. Nonostante il  mio scetticismo, l’Elena è diventata la fornaia migliore del mondo, oltre a essere una donna straordinaria: avessi avuto vent’anni di meno!

Un altro momento bello dell’anno era il periodo dei tortellini dolci. Ogni famiglia preparava i suoi e poi venivano a far la fila per cuocerli nel mio forno. Si formava una fila lunga fino alla strada, perché poi io offrivo la ciotola con l’uovo sbattuto e lo zucchero da spennellare sui tortellini. 

Il forno di Piazza Neruda insomma mi ha donato tante cose belle e tanta compagnia, anche se per mandarlo avanti ho dovuto rinunciare a tante passioni. Da ragazzo per esempio avevo affittato una mansarda dove allevavo centoquaranta coppie di passerotti. Me ne occupavo di giorno, dopo aver finito di lavorare al forno.

Quando mi restava un po’ di tempo andavo a nuotare nell’Enza, ma  più che dei pesci di fiume avevo invidia del volo dei passerotti e forse fu per questo che mi appassionai al paracadutismo. Il primo lancio lo feci nel 1959 da un Savoia Marchetti, un trimotore italiano, e l’ultimo nel 1980.    

Incredibili le energie che avevo: non mi fermavo mai, consumavo un paio di scarpe alla settimana. Se non ero a lavorare al forno ero in mansarda a pulire le gabbie degli uccellini e a dar loro da mangiare. Secondo me son state tutte le banane e i datteri che mi sono mangiato da ragazzino, ché a undici anni mi avevano mandato a lavorare in uno spaccio della coop prima che mi entrasse nel destino la vita da fornaio.

Ancora oggi che non ho più il forno faccio quello che posso per tenere allegra le gente. Giorni fa un mio conoscente mi ha regalato 30 kg di trote perché ne aveva portate in quantità alla Caritas ma in freezer non ci stavano tutte. Allora io ho chiamato una squadra di moldave, un tunisino, il romeno del quartiere…e le ho regalate tutte.

Ho montato una serie di faretti colorati che proiettano sul soffitto degli effetti speciali: il Cielo, il Mare, l’Inferno. Ma non rinuncio a intrattenere anche chi non mi conosce e non entrerà mai a casa mia. Per questo ho allestito sul davanzale che dà sulla piazza la mia collezione di nani. D’inverno, alla sera,lascio spento il lampadario e faccio partire i miei fari colorati.  Da fuori, è uno spettacolo: i sette nani in primo piano, e le luci mobili alle loro spalle. Impossibile  che a uno non venga almeno un sorriso.  

da “La via delle storie: via Wybicki, un percorso biografico collettivo” [a cura di] Via Wybicki Libera Associazione di cittadini (2016). Interviste di Serena Corsi. 

Collocazione [in tutte le biblioteche cittadine]: 307.760.945.43

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