Associazioneviawybicki/ Novembre 10, 2018

Mi chiamo Paola e vivo qui da sempre.

Quelli nella foto siamo io e mio cugino Andrea. Stavamo giocando con la neve, ma dalla foto si capisce che non c’è ancora il parco, né la siepe, solo dei modesti arbusti che poi sarebbero cresciuti, e fornito ombra per noi e dimora per centinaia di passerotti e merli che col loro canto coprivano il rumore di Via Manara e Via Martiri di Cervarolo, due arterie che sembravano appartenere a un altro continente, anche se ci separavano da esse solo due caseggiati.

Negli anni in quello spazio sarebbe infatti sorto il nostro amato Parco senza Nome, centro del divertimento di noi bambini in tutte le stagioni.  Il non plus ultra era quando nevicava, e scendevamo con gli slittini dalla piccola discesa che da via Martiri del 1831 sbocca nell’area verde.Noi abitanti però stiamo lottando per dargli un nome, un nome in cui riconoscerlo e riconoscerci, perché anche un parco, come una persona, senza un nome non esiste.

Io ci passavo i pomeriggi: noi bimbi eravamo facilmente sorvegliabili dalle finestre delle case; se non era tua madre, era una vicina accoglierti con le mani nel sacco. E’ sempre stato frequentato da gente di tutte le età per la sua tranquillità, la sua frescura e il suo profumo.

Fino a qualche anno fa dire “vivo in via Wybicki” non era motivo di orgoglio; il quartiere non aveva un’ottima fama perché essendo anche il luogo di ritrovo degli ultras di una squadra di calcio locale, gli ultras avevano scritto sull’asfalto “Ultras Ghetto” e la via era diventata “famosa” grazie proprio alla parola “ghetto”.

Negli anni successivi iniziai a provare un po’ di disaffezione nei confronti del quartiere; si andava perdendo il senso di comunità dei primi tempi, c’era un progressivo sfilacciarsi dei rapporti e quando un vicino moriva o se ne andava non si creava un rapporto altrettanto solidale con chi arrivava.

La via era comunque un centro di gravità importante anche grazie alla Biblioteca Rosta Nuova e al mitico Mecco, l’allenatore della squadra del Rosta che teneva lontani dai guai decine di ragazzi facendoli giocare a calcio, e aveva una cantina nel mio fabbricato dove teneva tutto il materiale della squadra.

Nel frattempo, la natura invece continuava a stupirci ogni anno con la clamorosa fioritura dei prunus:  per anni, il TG dell’Emilia Romagna nel suo servizio sulla primavera inseriva inquadrature di repertorio su via Wybicki in fiore. Crescendoci in mezzo io non ci avevo mai fatto troppo caso, mi ricordo però le volte che da ragazzina mi ero chiesta come facesse ad accadere così in fretta; ti distraevi un attimo, e la via era tutta fiorita.

Dopo le medie comunque il mio senso di appartenenza alla via si affievolì poco alla volta, e per anni ho vissuto qui come probabilmente si vive altrove; lo trovavo un posto come un altro, con i suoi i pro e i suoi contro, e più frustrazioni che opportunità offerte dalla vita del quartiere (per fortuna la Biblioteca Rosta Nuova è sempre stata attivissima!).

Tutto è cambiato con l’arrivo di alcuni dei nuovi abitanti che con spirito di rinnovamento mi hanno coinvolta per avviare l’associazione. Per alcuni di loro il vivere qui ha reso più naturale riconoscere le bellezze e la particolarità della via- figlie del suo aspetto architettonico ma altri purtroppo non sentono un legame con il posto in cui hanno scelto di vivere e questo si riflette un po’ nel mancato rispetto delle regole della vita comune.

Da quando è nata l’Associazione ho mutato il mio punto di vista; rispetto ai nuovi arrivati forse con un senso di appartenenza più viscerale, perché  gli occhi miei sono gli stessi di quando ci pattinavo nelle domeniche degli anni ’70 in cui c’era l’Austerity, e le macchine non potevano circolare. E di quando le mamme e le nonne andavano nelle lavanderie comuni a fare la conserva dopo aver acceso un fuoco in uno spazio fatto apposta. E di quando guardavo il mondo a testa in giù, appesa al rompicollo del nostro Parco Senza Nome.

Tutte cose che rendono l’idea di un via a misura di persone,che per tornare ad essere ancora tale avrebbe un buon punto di partenza  nel mettere in sicurezza la piazza e la via,ormai un’unica barriera architettonica; e riconoscere all’area verde una parte di natura di cui c’è grande bisogno, ricominciando quindi a programmare e fare un’efficace manutenzione non a spot. Noi ci siamo ricordati di noi stessi: ora tocca alle istituzioni ricordarsi di noi. 

da “La via delle storie: via Wybicki, un percorso biografico collettivo” [a cura di] Via Wybicki Libera Associazione di cittadini (2016). Interviste di Serena Corsi. 

Collocazione [in tutte le biblioteche cittadine]: 307.760.945.43

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