Luciano/ Dicembre 28, 2018

È sempre la stessa storia. Ogni volta che proponiamo ai ragazzi i classici, in biblioteca cala un vero silenzio da biblioteca.
Certo, sarà pure per il fascino o la bravura di chi li racconta (una bambina ha scritto che Atena era impersonata da “una signora molto bella, con lunghi capelli rossi fuoco”) o degli insegnanti, che sanno trasmettere ai ragazzi la loro stessa passione, ma ogni volta che vedo quegli sguardi rapiti dalle gesta dei personaggi di Omero o di Ariosto, mi viene in mente la felice definizione di Italo Calvino, che mette tutti d’accordo: filosofi, antropologi, psicologi e studiosi di ogni genere.
Classici sono quei libri che non finiscono mai di dire quello che hanno da dire. E allora, poco importa se per raccontare l’incubo dantesco si parte da un film che parla di zombie o se paragoniamo Ulisse salvato dai Feaci ad un naufrago dei giorni nostri.
Perché, qualunque siano le nostre letture di ieri, di oggi e dell’anno che sta per iniziare, quello che conta è sapere che i classici sono e saranno sempre lì, al nostro fianco, dietro a una frase o in fondo a una pagina dell’ultimo libro che abbiamo letto o che deve ancora essere scritto. E così mi piace pensare che qualcosa di tutto questo ai ragazzi sia rimasto, uscendo dalla biblioteca.
Ricordando, ognuno, il personaggio o la storia che più lo ha colpito o incuriosito, tra Re Mida, Apollo e Dafne, Aracne, Eco e Narciso, Orfeo ed Euridice.
Perché, a modo nostro, siamo tutti quanti un po’ figli di Ovidio.

(Per la cronaca, chiamati a dichiarare il proprio gradimento sulle singole storie delle Metamorfosi, i agazzi della Pertini hanno più o meno equamente dato le proprie le preferenze all’una e all’altra. Una sola ha raggiunto l’unanimità dei voti).

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