Eluccia/ Gennaio 15, 2019


Due giorni e mezzo in un’altra città, dove abita nostro figlio.

Ci andiamo, ogni tanto, ma poche volte ci fermiamo a dormire.

Sono tornata a casa entusiasta, come ogni volta, per quello che scopro, che vedo, che trovo, anche cose tristi, che però mi aprono gli occhi sul mondo diverso da quello in cui ogni giorno abito e vivo.

Il viale, i negozietti, le serrande abbassate, mattina, pomeriggio, sera, luce del mattino, luci e riverberi della notte.

La metro, il passante, la circolare, la cabina senza autista.

Il dedalo di uscite, di scale mobili, di piani sotto e sopra, l’intreccio delle linee per andare…là.

La gente, bianca, nera, ricchissima, poverissima, clochard, elemosine, sciure con barboncino su carrozzine spinte da badanti con in mano pacchetti di vuitton e di chanel, lavoranti sudamericani con borse della spesa di plastica, modelle russe struccate con scarpe Balenciaga, cinesi a frotte, bimbi in vacanza, strade piene, strade deserte.

Tutti col telefonino.

Mostre alla Fondazione Prada nella luce e nelle trasparenze del crepuscolo: non sai se guardare la torre d’oro o le opere o le persone che guardano le opere, e studi le une e le altre.

Bar per la merenda, per la colazione, book shop con cose introvabili o con oggetti pacchiani, librerie da cui non riesco ad uscire a mani vuote se no a quella della Taschen, edizioni straordinarie e costi per collezionisti.

La chiesa di San Maurizio e sindrome di Stendhal per la bellezza e l’intimità nonostante i turisti. Le strade della vecchia città, le pasticcerie per il the delle cinque con vassoi in vetrine inenarrabili, bevande mai immaginate: provo un matchacappuccino, credo latte caldo al the matcha. A Reggio forse non l’avrei mai bevuto, ma il clima di vacanza mi fa osare cose alle quali difficilmente mi abbandonerei.

Ristoranti etnici di tutto il mondo, ex latterie, osterie, profumi che si susseguono e si rincorrono, dal locale con la vetrina triste con clienti appena usciti dal lavoro con la birra in mano, a vetrine superluccicanti per ragazzini, e ancora panetterie dove il pane fuma ancora…

Ma una signora anziana, a testa un po’ china, dimessa, è ferma in un angolo, in piedi, in una via ricca del centro. Chiede l’elemosina. Quasi scusandosi di doverlo fare. Mi turba, come ogni volta che realizzo il divario e la distanza tra chi sta bene e chi purtroppo no.

E continuo a pensarla anche se la città travolge.

Il cielo di lampadine in Galleria, le vetrine di un grande magazzino che mostrano tutte, una accanto all’altra, ambientazioni diverse per una coppia di stilisti che vi compaiono attraverso grandi marionette animate da fili e ovviamente anche io mi fermo a fotografare: è tutto così esagerato!

Il sole lascia la luce rossa sui navigli. Un canale in città mi incanta sempre, soprattutto quando in un tratto scopro delle grosse carpe ondeggiare sotto il pelo dell’acqua.

Attraverso parchi e giardinetti. Palazzi storici di grandi architetti si alternano a strade raccolte di abitazioni popolari. Un dog sitter porta a spasso alcuni cani e i consegnatori di pizza in bicicletta hanno ripreso a pedalare, più numerosi.

Gli igloos di Merz, un altro modo di vedere e guardare l’arte, soprattutto per una come me che ne coglie solo la superficie, che non sa fare connessioni o collegamenti colti. Ma la materia, la leggerezza delle costruzioni, le ombre proiettate a terra, la loro sovrapposizione, le luce dei neon e i racconti che creano mi tengono legata.

Mi sollecitano a come potrei trasportare tutto quello che sto vedendo tra i miei bimbi al nido, quali operazioni potrei compiere con loro o per loro, per costruire insieme un nuovo piacere del bello e della passione del fare.

Ma il nido ormai è un ricordo, per il quale continuo a lavorare con gli sguardi e coi progetti impossibili.

Due giorni e mezzo. Forse un elenco di cose viste, catturate, vissute. Però storie.

Per me e per chi mi stava vicino. E che ho cercato di catturare in molte fotografie.

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