Doc/ Gennaio 21, 2019

Fra la metà di dicembre e la metà di gennaio io e la mia compagna Irene abbiamo traslocato dal quartiere Ballarò al quartiere Kalsa. Motivo per il quale la finestra su Palermo è rimasta momentaneamente chiusa.

Fatica a parte ora abitiamo al foro italico e dalla nostra finestra si possono ammirare la bellissima villa Giulia e soprattutto il mare.

Da buon ligure una delle cose che più mi mancavano durante i lunghi anni vissuti in Emilia era proprio il mare: il senso di rispetto che incute quando è mosso e il senso di pace che sa infondere quando è calmo. Il mare divide ma soprattutto unisce i territori ed i popoli, guardandolo si percepisce sempre la possibilità di una alternativa, che esista un “altra parte” dove prima o poi ci si possa recare per svago, per curiosità e purtroppo anche per necessità.

Qui in Sicilia il mare è un compagno inseparabile, fonte di sostentamento in evoluzione, dai racconti verghiani di poveri pescatori alle attuali potenzialità turistiche lungo tutte le sue coste.

Tuttavia il mare Ionio e il mare Tirreno da queste parti si sono progressivamente trasformati negli ultimi venti anni anche una grande fossa comune, fossa nella quale oltre a corpi di bambini, donne e uomini provenienti dall’Africa stiamo rischiando sempre più di seppellire anche noi stessi e la nostra appartenenza alla “razza umana”.

Qui in Sicilia, dove paradossalmente la paura degli stranieri che “ti rubano il lavoro, ti rubano l’oro” dovrebbe essere più forte vista la carenza sia dell’uno che dell’altro, il senso di solidarietà verso chi arriva dall’altro lato del Mediterraneo è in realtà più forte.

Forte è la certezza che prima di perdersi nella polemica se sia più opportuno “aiutarli a casa nostra o a casa loro” o se la riforma del trattato di Dublino e l’abolizione della legge Bossi/Fini siano più o meno opportune, ecco prima di dedicarsi a queste pur legittime dissertazioni, esiste una priorità: non abbandonare altri esseri umani in balia del mare, a soffrire e a rischiare di morire.

Anche per questo sembra una logica conseguenza che sia nata qui a Palermo l’esperienza di Mediterranea (https://mediterranearescue.org/) grazie al supporto di Banca Etica e al successo di una campagna di crowdfunding che ha raccolto a partire dal mese di Ottobre circa 500.000 euro in donazioni di privati e piccoli comitati nati ad hoc.

Un’idea semplice e allo stesso tempo audace: acquistare ed allestire una nave (nella fattispecie un vecchio rimorchiatore di 40 metri) per solcare il tratto di mediterraneo che separa la Sicilia dalla Libia alla ricerca di quei naufraghi che l’Europa vuole lasciare a morire in mare oppure affidare alle “cure” delle improvvisate milizie della sedicente marina militare libica.

Un equipaggio misto composto da professionisti della navigazione (capitano, pilota, macchinisti, etc..) e volontari formati appositamente per operazioni di soccorso in mare aperto solca quindi da alcuni mesi il mare per colmare nel suo piccolo quella voragine che si sta aprendo nel concetto occidentale di diritto umano. Lo fa nel rispetto della legalità e del diritto del mare, in barba alle aberrazioni anche giuridiche che più volte abbiamo dovuto ascoltare negli ultimi mesi circa l’argomento “porti chiusi/porti aperti”.

A me, mentre dalla mia finestra guardo il mare, fa tanto piacere sapere che la in mezzo, insieme a tanti altri, ci sia anche la Mare Jonio con il suo carico di umanità e di consapevolezza del fatto che ci sono momenti nei quali oltre alle parole servono anche i fatti e che il pensiero trae la sua forza là dove sa tradursi in azione quotidiana: sia essa rivitalizzare e ripensare un quartiere, sia essa pensare che la tua via, il tuo quartiere, la tua città hanno senso quando sanno calarsi nel mondo e diventare anche solo per un breve lasso di tempo lo spazio di tutti.

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