Andrea/ Gennaio 24, 2019

Ogni mattina che porto mio figlio al nido la mia attenzione cade sulla bella locandina all’ingresso, che recita così: “Dateci un consiglio”. È l’invito a far parte dei “consigli infanzia-città” dei nidi e delle scuole dell’infanzia comunali.

A differenza delle altre scuole, quelle statali, dove in ogni sezione/classe i genitori scelgono attraverso una votazione (che comunque comporta una discussione ed una responsabilità) un proprio rappresentante (solitamente quello che non si è tirato indietro), che poi ha le sue belle gatte da pelare (andare alle riunioni, essere in contatto con le insegnanti e star dietro tra l’incudine ed il martello degli altri genitori – fuori la scuola, sull’onnipresente gruppo whatsup, ecc.), in quelle comunali, chiunque si candidi, tranquillamente, viene eletto. Senza stress. Perché agli altri genitori viene chiesto non di votare un candidato a scelta, ma tutti i candidati raccolti in un’unica lista.

A differenza della famosa “maggioranza bulgara”, però, alla fine anche chi non si è candidato, se vuole, può far parte del consiglio. Lo so che a questo punto verrebbe da chiedersi “e allora che cosa si vota a fare?”. Domanda che peraltro già capita di farci in altri contesti.

Credo che la risposta sia che in un periodo di calo della vocazione a partecipare, questa è la soluzione che probabilmente si è data l’Istituzione che gestisce questi servizi per promuovere in modo “creativo” e “leggero” il coinvolgimento dei genitori, ovvero per avere un canale attraverso cui informare facilmente le famiglie sulle proprie iniziative e, tra un pezzo di torta alle pere ed un infuso al bergamotto, fare discutere di questo e quello (i diritti dei bambini, la manutenzione del parco della suola, Reggio Narra, la festa di Natale, ecc.).

Nessuna gestione sociale, nessuna decisione sostanziale da prendere, nessun vincolo di mandato. Una forma molto, ma molto surrogata della rappresentanza. Non facciamoci su, però, della facile ironia, che vengono da tutto il mondo a studiarne il modello!

Ma nella città che sta fuori le scuole, invece, cosa succede? Una volta c’erano le circoscrizioni, che non si può dire fossero un modello di eccellenza (nessun americano o svedese ne ha colto i cento linguaggi), ma almeno, senza infusi e biscotti, consentivano l’incontro diretto e a km zero tra il cittadino in carne ed ossa (quello che a torto o a ragione ha sempre più paura, di tutto, di tutti) e l’istituzione (che anche se abitiamo in una città a misura di paese è sentita sempre più come lontana), per segnalare in presa diretta problematiche varie (la buca sulla strada, il ramo caduto, ecc.), chiedere o ricevere informazioni e perfino organizzare qualcosa di sociale (la festa della via, una raccolta firme, ecc.).

Insomma, in attesa di qualcosa di meglio, perché nel frattempo non promuovere un “consiglio” in ogni quartiere, aperto a chi voglia nell’immediato partecipare, in cui poter condividere tutto ciò che riguarda una determinata porzione di città e in cui chiunque possa dire ciò che ha da dire. Una sorta di “consiglio quartiere-città” in cui accorciare le distanze, confrontarsi faccia a faccia sulle cose, discutere se sia completamente tramontata l’era delle assemblee su base rappresentativa e magari anche delle scelte da intraprendere proprio sulla “partecipazione”. Impossibile?

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