Andrea/ Gennaio 31, 2019

Ho passato le ultime sere a fare i conti. Direte, era ora! A quasi 43 anni, ci può stare di fare un bilancio della propria vita: sei stato almeno una volta nella vita ad Ibiza? No. Hai visto un concerto, che ne so, dei Nirvana o di Fabrizio De André ? Si. Hai comprato una Polo o una Golf tra i 25 ed i 35 anni? No. Sei stato in Inter Rail nei paesi dell’Est prima dell’Euro? Si. Sei riuscito poi a comprarti una Vespa 125, anche d’importazione indiana? No. Hai poi smesso di fumare? Si. Hai raggiunto in qualche modo una qualche forma di posto fisso? No. Eri a Genova durante i giorni del G8? Si. Hai imparato a parlare un po’ di svedese? No. Hai abbracciato anche tu la fede in Marie Kondo? Si. Ecc. ecc.

No. Questa sera non ci sono questi conti da fare. Non si sono panni da piegare, oggetti che non ti danno più felicità da buttare. No, questa sera c’è da fare la rendicontazione dei progetti della tua associazione (dico la tua per generalizzare, ma ahimè è proprio con la mia di associazione che devo fare i conti).

Fogli da compilare, documenti da controllare, fatture da stampare, e poi tutti gli incartamenti, in qualche modo protocollati, da portare a mano, da qualche parte, con quel filo di ansia di aver fatto tutto per bene. Non aver sbagliato nulla, che se no cosa succede? Rifare tutto? Pagare delle multe, non vedere rimborsati i soldi spesi, magari per organizzare la festa del vicino sotto casa, stampare e distribuire il giornalino di quartiere, fare la festa di natale in comune, insomma tutte quelle cose che fanno molto comunità, coesione sociale, valore aggiunto, capitale sociale, ecc. ecc., che vengono perfino dal Giappone a vedere come hai fatto a dare un nome al parco Senza Nome e che infatti sul momento ti dici: non dico un premio, ma almeno…ecco, almeno cosa?

Ogni conto viene al pettine. Come quando incautamente decidi che queste cose le vuoi organizzare, in modo spassionato, in modo volontaristico – cioè come uno che ha una propria vita, un proprio lavoro, dei propri scazzi, una propria famiglia, come tutti, solo che a te piace, di questa vita, darne un po’ per una qualche causa comune, per gli altri, per la tua città, per il bene di tutti – e finisci invischiato in un vortice di permessi, autorizzazioni, piani sicurezza, carte bollate, che ad un certo punto ti fai anche l’idea che invece della cocomerata, ovvero il tuo classico evento da quattro gatti, – perché non avevi proprio pensato alle masse, diciamo, anche perché magari è proprio la mezza misura che cerchi – stai organizzando (o pensano che tu stia organizzando) il mitico concerto degli U2 al Campovolo!

Ma questa sera ho capito. Tutto mi è chiaro. Di questi tempi, prima che ogni forma di volontariato ed umanità venga respinta verso acque internazionali, prima che la burocrazia asfalti definitivamente ogni forma di vitalità altruistica, e prima che inizi S. Remo, non resta che l’evasione. Scomparire, darsi alla macchia, organizzare una qualche forma di resistenza. Liberare la cocomera, sciogliere la propria associazione, chiudere il circolo, entrare in clandestinità.

In fondo non è così che Babbo Natale riesce ad operare indisturbato per il bene comune e senza scopo di lucro da secoli?

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