andrea/ Febbraio 20, 2019

In questi giorni di grandi sconvolgimenti per il paese – tanto per citarne due riportati sulle prime pagine dei giornali: in alto a sinistra, i genitori di Matteo Renzi sono agli arresti domiciliari con l’accuso di aver creato un labirinto di false cooperative nate al solo scopo di fallire poco dopo per il bene familiare, in basso a destra, un televoto  ha decretato la grazia per il ministro dell’interno  Matteo Salvini che non verrà processato per aver impedito di sbarcare nel porto di Catania oltretempo 177 naufraghi salvati poco prima in alto mare da un pattugliatore della Guarda costiera italiana – il mio figlio più piccolo (due anni a maggio) ha detto due nuove parole. Fino a pochi giorni fa il suo vocabolario era composta (in ordine di apparizione) da: “Alva”, “mamma”, “papà”, “Mia” (Liam), “Mimmi” (Emil), “api” (apri).

La prima nuova parola, che ha quasi commosso il papà, è stata “bravi!”  ed è uscita fuori all’improvviso assieme ad un battito di mani mentre stavamo ascoltando su Spotify “Siamo i ribelli della montagna” cantata dai Modena City Ramblers. La canzone,  nota anche come “Dalle belle città”, è l’inno della III Brigata garibaldina Liguria. Il testo fu scritto nel marzo 1944, sull’appennino ligure-piemontese dal comandante partigiano Emilio Casalini – detto ”Cini” – , mentre la musica è stata composta da Angelo Rossi – nome di battaglia “Lanfranco”. La III Brigata d’assalto Garibaldi ”Liguria” venne quasi completamente distrutta il 6 aprile 1944 nel Massacro della Benedicta, eccidio in cui persero la vita 147 partigiani, 75 dei quali fucilati subito dopo i rastrellamenti nazi-fascisti.  

La seconda parola, accompagnata da un ritmato battito di mani e conseguente movimento di bacino è stata, invece, “sodi” (soldi). L’episodio, oltre a riempirmi di stupore – su quanto crescono in fretta i bambini e su i valori emergenti delle nuove generazioni – mi ha confermato della grande ed improvvisa popolarità raggiunta dal vincitore dell’ultima edizione del festival di Sanremo, Mahmood. Che poi, diciamocelo francamente: se lo è meritato di vincere. Anche perché siamo la nostra storia, o non siamo.  E lui è.In ogni caso, tranquilli, io la sera finale di Sanremo non ero davanti alla tv a votare Mahmood (c’era mia moglie karin), ma al concerto dei Diaframma, ovvero Federico Fiumani, gruppo/cantautore di punta della scena dark-new-wave-post punk italiana, da trentanni sulla cresta del culto (avete presente “Siberia”, “Gennaio”, “L’odore delle rose”, “Diamante grezzo”, “Elena”?).

Non so se vi immaginate, o vi ricordate, il tipo di situazione a cui mi riferisco: locale piccolo, inizialmente semi-deserto che poi man mano si riempe, fumoso, tutto scuro, il dj che passa i Depeche Mode. Insomma, un concerto a misura di uomo, cioè di quelli che tra pubblico ed artista la scala è 1:1. Per gli appassionati, insuperabile. Non solo vedi il gruppo che suona e riconosci le sagome, ma se vuoi lo potresti pure toccare allungando il braccio.

Federico Fiumani non è mai stato a Sanremo – o meglio una volta è successo, ma era il premio Tenco, ma questo non conta. Conta che io ed un mio amico abbiamo combattuto l’atavica pigrizia serale, preso la macchina e siamo andati ben fino a Modena per vedere un concerto. Fatica più che ripagata. All’inizio però eravamo combattuti sul da farsi, ovvero sul dove andare a vederlo. Potevamo infatti scegliere tra una settimana prima a Bologna, oppure alcune settimane dopo a Parma. E Reggio Emilia?

Ecco il punto doloso a cui volevo arrivare. Non capita solo con i Diaframma, capita oramai sempre così. Reggio Emilia non c’è più. Per questo tipo di eventi, intendo.

Eppure una volta, molto prima che ci venissi ad abitare, capitava che da ben più lontano io ed i miei amici partivamo per venire proprio in questa città per vedere gli uni e gli altri artisti, più o meno popolari, ma lo stesso abbastanza importanti per spingere un gruppo di ragazzi ad attraversare la notte ed oltrepassare rotatorie infinite un po’ alla spera in dio per arrivare negli stessi locali fumosi. In fondo questa è la provincia dei CCCP,  degli Ustmamò, degli AFA, dei Giardini di Mirò, dei Julie’s Haircut, degli Offlaga Disco Pax, e anche e comunque dei Modena City Ramblers e di Vinicio Capossela. Insomma, possibile che oggi qui si pensi solo a megaeventi (e comunque forse ed eventualmente) o a microcosmi (e poi quali, in che senso, con chi, dove e quando)?

Quindi eccomi al punto:  se ce l’ha fatta Sanremo (città natale di Darix Togni) perché non Reggio Emilia? Ad avere un suo festival della canzone a misura delle persone, intendo. Secondo me alla fine verrebbero sia da Modena che da Bologna!

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