Fortunato/ Aprile 1, 2019

È ricorso da poco il 158° anniversario dell’unità d’Italia, come ogni nascita, momento da ricordare e celebrare. Non mi sembra però che nel nostro paese ci sia una condivisa e sentita unità di visioni sui fatti che hanno portato, sotto i Savoia, alla formazione dello Stato unitario.

Apprendo da un articolo su LIMES che in Italia «[…] tutti i momenti di svolta della storia nazionale (il Risorgimento, la grande guerra, il fascismo, la Resistenza e la guerra civile, la Repubblica) diventino oggetto di attenzioni particolari nelle indicazioni ministeriali […], ciò a conferma del peso decisivo dei progetti di costruzione o di ricostruzione dell’identità nazionale, nei quali prevalgono i sospetti di faziosità e non vi sono spesso le condizioni per un discorso storico aperto, sereno e distaccato al punto giusto. […] L’Osservatorio dei manuali scolastici è esemplare da questo punto di vista: nei libri scola- stici, da 150 anni si sono letti, a proposito del Risorgimento nel Sud, solo fatti e vittorie gloriose da parte dei garibaldini senza mai approfondire nulla delle crisi e delle sofferenze della popolazione che, inerme, spesso divenne vittima di feroci rappresaglie.

Oggi questa visione gloriosa è un po’ tramontata, ma rimane la suddivisione manichea operata dai testi scolastici in buoni (pro Savoia) e cattivi (anti-Savoia) con ciò confermando l’annullamento della storia come processo, o rielaborazione di complesse logiche tra i fatti, e riducendola a strumentale collage di giudizi etico-politici».[1]

Vorrei adesso raccontare una storia generata dalle ambiguità, irrisolte o volute, che coprono la storia dell’unita territoriale del nostro paese.

Avrò avuto dieci anni, forse meno. Con ogni certezza frequentavo la scuola elementare. Come la maggior parte dei giorni che andavo a scuola, anche quella mattina percorrevo via Garibaldi, tratto di strada di poche centinaia di metri, che con un percorso quasi rettilineo dall’angolo di casa mia conduceva fino alla sede scolastica.

I ricordi mi restituiscono immagini che con il passar del tempo ho compreso essere segno di un cambiamento di stagione, non in senso astronomico. Quella mattina, infatti, lungo il percorso mi fu possibile osservare i danni provocati da un attentato dinamitardo. L’onda d’urto generata dall’esplosione aveva rotto i vetri delle case prossime a quella bersaglio dell’atto intimidatorio. Qui i danni erano di altre proporzioni, il portone d’ingresso, parte della muratura esterna, del marciapiedi erano stati divelti, abbattuti, polverizzati.

Sono ricordi che riaffiorano quando leggo certo notizie di cronaca nazionale. Nello specifico la notizia dello scioglimento dell’azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria per infiltrazioni della ‘ndrangheta.

La riflessione mi ha riportato a rivedere i luoghi in cui sono nato e cresciuto. Luoghi in cui il territorio non era sotto la giurisdizione dello Stato, se non formalmente. Gli atti criminali erano frequenti e spesso non venivano denunciati, se non in casi eclatanti o di assoluta gravità. Segno evidente della mancanza di fiducia nello Stato.

Fino a qualche anno fa per qualcuno, residente fuori da certe regioni, potevano essere cose da non credere, da non voler credere, motivo per fornire versioni caricaturali.

Oggi la distanza tra fatti e spettatori è uguale per tutti, indipendentemente dalla regione italiana in cui viviamo. Basta pensare al processo Aemilia, a Mafia Capitale, allo scioglimento dei comuni per infiltrazione mafiosa, ben trecentoquattordici (314) in dieci (10) regioni, dalla Sicilia al Piemonte, e poi ancora alle inchieste e alle condanne per fatti illeciti di stampo mafioso in tutte le regioni italiane, alle diverse sentenze definitive che attestano la trattativa Stato-mafia.

Mentre nelle nostre scuole si studiano vicende e personaggi che hanno portato all’unità d’Italia, gli avvenimenti quotidiani attestano lo svolgimento di un altro processo di unificazione: quello impostato su compromesso e trasformismo, che generano costumi e prassi che a loro volta pregiudicano il vivere civile e democratico.

È certo che, per un’inversione di tendenza, sarà necessario il lavoro degli storici e della magistratura. A noi, nondimeno, il dovere di non minimizzare certi fenomeni, di informarci, di chiedere trasparenza dei criteri amministrativi delle istituzioni pubbliche, pretendere onestà e lealtà dagli amministratori locali e nazionali, partecipare attivamente alla vita politica delle nostre città, tenere vivi i nomi di quanti sono morti lottando e credendo in un paese diverso, più giusto.


[1] La storia d’Italia (mal)raccontata agli italiani – LIMES

Share this Post