luca/ Aprile 12, 2019

Continua la carrellata di attori e di attrici di quartiere, il teatro fatto dalle persone per le persone.

Vivo a Reggio Emilia dal 2006. Quasi sempre mi viene chiesto perché sono venuta da Parigi a Reggio, rispondo quasi sempre che la domanda giusta potrebbe essere perché ci sono rimasta. Forse perché qui ho imparato ad essere un po’ più me stessa…

Vengo dalle periferie parigine, dove il teatro è per strada, nel modo di camminare, di vestirsi, di parlare. Tutto diventa identità: ribadire il luogo di provenienza con fierezza e amplificare il nostro io. Sono cresciuta così, in tuta, hip hop, movimento maschile delle spalle, aggressività nella lingua. Sotto la maschera, c’ero io…

Fin da piccola ho frequentato il teatro come luogo di cultura: da spettatrice a volte attenta, a volte annoiata, spesso divertita e commossa. Mia madre, da insegnante di storia, impose rapidamente come materia “facoltativa ma obbligatoria”, il teatro. Tutti i suoi allievi ci sono passati, e i figli pure. Adoravo da bimba stare dietro le quinte, sentire i passi rapidi sul parquet, la fretta dei ragazzi con l’ansia che cresceva, il profumo del trucco, le voci che ripetevano un’ultima volta le battute, il fruscio dei vestiti e la polvere sollevata dai movimenti dei corpi. E poi i tre colpi e il silenzio. Arrivavano i respiri profondi per cacciare l’ansia, gli auguri sussurrati “Merde!”.

Sono cresciuta con un fratello teatrante, che tentò di far carriera in vano. Diventai una sua fedele spettatrice. A volte lo aiutavo anche nell’imparare il copione, così mi è capitato di leggere ad alta voce Molière, in camera sua facevo la parte di Don Giovanni mentre lui incarnava Sganarello. Il teatro è inevitabilmente legato a qualcosa di intimo per me.  Forse proprio per questo ho a lungo pensato di star meglio fra il pubblico che su un palcoscenico. Per me, timida, introversa e assolutamente insicura, il sipario mi appariva come un vestito tolto. Il teatro mi sembrava e mi sembra tuttora una messa al nudo dell’uomo, delle sue fragilità, della sua bestialità, delle sue insicurezze. Era perciò inavvicinabile, io che continuatamente indossavo-indosso maschere.

Certo, ho seguito corsi di danza moderna dai miei 3 anni fino all’adolescenza, certo sul palco ero salita per coreografie imposte. Ecco il punto. La maschera c’era ancora, perché i passi erano regolati al millimetro dall’insegnante, il ritmo dettato esclusivamente dalla musica, mettevo il mio corpo a disposizione, un po’ come la ballerina di un carillon, non esattamente libero.

L’unico spazio di espressione scarcerata è sempre stato un non-luogo, perché senza esistenza fisica e senza incontri fisici: la scrittura. Scrivo per sfogo o per amore.

Ci sono voluti anni, di migrazione, di solitudine, di delusioni e di piccole o grandi felicità, di distacco con i cari e di necessaria ricerca di legami affettivi altri e altrove, lontani dalla sfera familiare; ci sono volute piccole sfide quotidiane e la scoperta della danza africana che ti sputa la libertà e l’espressività in faccia come una necessità quasi aggressiva, quasi passionale; ci sono voluti due figli e la necessità di ridisegnare uno spazio suo; ci sono voluti anni e anche il caso… Non sapevo nulla dell’esistenza di questo percorso teatrale di quartiere pur abitando la Rosta dal 2007. Con la scusa di voler condividere l’esperienza con il proprio figlio di cinque anni, mi sono avventurata. Perché è proprio quel che si prova ad avvicinarsi ad un mondo in parte sconosciuto: ti sembra di entrare in una giungla fitta, apri la porta e invece di ombre buie, di ostacoli spaventosi, ti ritrovi davanti ad un gruppo di persone tutte diverse tutte unite, che se la spassano, con leggerezza, con indisciplina a volte, come degli adolescenti nelle aule scolastiche. Ritrovi tutte le età, tutte le storie intime taciute, tutte le creatività divenute, nate o in divenire.

Agnes Varda diceva del cinema che “era un modo di guardare che illumina le cose e le rende più belle di quel che sono”. E’quel che provo quando torno a casa dopo il corso di teatro. Per un attimo tutto sembra al posto giusto. Lima le asperità del mondo, aggiusta i malesseri, raddrizza le dignità. Non pensavo di poter trovare uno spazio di libertà largo ed accogliente quanto fu ed è per me la danza africana… Mi tranquillizza. La bellezza si sa moltiplicare.

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About luca

Luca Delmonte del Teatro Delle Brame provo a scrivere le mie suggestioni, visioni, immagini e progetti di teatro. Per un teatro fatto dalle persone per le persone, un teatro di trasformazione sociale. nei quartieri , nelle strade, cercando di organizzare la primavera.