Eluccia/ Settembre 4, 2019

Cresce, ma è piccolo, schiacciato lì da quella rete arancione che non si capisce se lo protegga o lo imprigioni dentro quella minuscola zolla.

Eppure hanno tentato in ogni modo di conservargli quel territorio così vasto ed esteso, quel prato immenso, quel campo che ho visto attraverso le stagioni.

Del colore della terra appena arata in ottobre, quello lieve delle nebbie basse e misteriose, quello delle nevicate, aperte, quello della prima erba a primavera e del primo fieno, quello giallo del grano azzurro di fiordalisi, il viola della malva e quello del mais con le canne dorate e le pannocchie protese verso il cielo.

C’era una volta come nelle storie più belle. Ma adesso quel campo non c’è più, sta diventando, è diventato altro. Per quali persone?

É rimasto lui solo, quell’alberino, al bordo, sulla strada impolverata di traffico, squarcio di natura appena fuori della città tra strade e case: fa proprio malinconia vederlo lì, solo, apparentemente infiocchettato per tutelarlo e controllato a vista da due alti fusti che forse oggi non ci sono neanche più. La lunga rete sgargiante che accerchia la distesa di terra ormai scavata ed ammonticchiata, di macchine, di ferro, di camion e schiacciasassi, di pietre ormai livellate ha fatto perdere i cespugli, il boschetto, la macchia fitta e, e verde attorno alla quale, in poche ore, è stata smantellata la siepe che faceva da barriera, come nei poderi di una volta.

Voglio sperare che sia forte, quel piccolo ciliegio, con le sue e le nostre stesse radici,  e rimanga a lungo sul ciglio di quella strada a ricordare  la sorprendente fioritura dei papaveri di questa ultima estate che mi aveva fatto sperare.

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