raffaella/ Aprile 11, 2020

Le cronache sono piene di bare. Di funerali no, che sono diventati qualcosa di frettoloso, un modo di nascondere sotto il tappeto il rimorso di coscienza di qualcuno. Ma le bare sì, quelle ce le fanno vedere, allineate in magazzini di fortuna, caricate sui camion dell’esercito, quasi un monito, un’altra declinazione del #restateacasa.

In questa premura per i vivi c’è molto poco rispetto per i morti. Polvere sei e polvere ritornerai, meglio sotto il tappeto, appunto, e meglio in fretta.

Sarà per questo che mi sono tornati in mente in funerali di campagna a cui mi era capitato di partecipare da piccola. Ci sono una serie di doverose premesse da fare. In quanto occasione di incontro con il parentado, i bambini non erano solo ammessi, ma molto graditi ai funerali, perché così potevano essere visti (da una parte, ed esibiti, dall’altra) da tutta la schiera di zie, prozie, cugine, cognate ecc… I miei parenti abitavano a Prato, una frazione di Correggio, poche case sparse per la campagna, con un nucleo più ravvicinato attorno alla cooperativa.

E qui altra doverosa premessa, per chi non fosse di queste parti o fosse troppo cittadino, occorre spiegare cos’era “la cooperativa”. Centro vitale del paese, era un bar, uno spaccio, un luogo di ritrovo. Aperta dall’alba a sera tardi, ci si andava a prendere il caffè, o ancor meglio un bianchino (che andava bene a qualsiasi ora, mattino – prima di pranzo – dopo pranzo – prima di cena – dopo cena), vi si vendevano generi alimentari tra quelli che non erano coltivati direttamente in campagna, faceva anche da paltino, cioè si vendevano le sigarette (a numero, non a pacchetto). Naturalmente si giocava a carte con accompagnamento musicale di bestemmie, si facevano molte chiacchiere e sicuramente qualche affare. E la cooperativa e la sede del PCI solitamente coincidevano. Un po’ foro romano, un po’ spaccio del far west, molto Emilia, sicuramente era il cuore dei piccoli agglomerati di campagna.

Nei tempi andati la vita in campagna era dura (anche ora, ma allora un po’ di più) ed era importante per le famiglie di contadini mantenere buoni rapporti con tutte le “autorità”, fossero quelle terrene, fossero quelle celesti. Ovvio che c’erano famiglie decisamente schierate per i rossi o per i bianchi, ma, nella maggior parte dei casi, la saggezza contadina tendeva a coltivare, è proprio il termine giusto, buoni rapporti con entrambe le fazioni. E c’era una divisione di questa responsabilità tra uomini e donne: gli uomini andavano alla cooperativa e le donne in chiesa. Un po’ per uno, insomma, che non si sa mai.

Questi funerali di campagna a me piacevano tantissimo. Nessuno piangeva, che è roba moderna, allora “non stava bene”. E c’era la banda che suonava, ed erano tutte canzoni allegre.

A Prato il cimitero era dietro alla chiesa, quindi per arrivarci ci si doveva passare davanti. Nel cimitero di Prato ricordo molte lapidi che invece del crocifisso avevano sopra la falce e martello e ai più assidui lettori qualcuno spesso appoggiava sul davanzalino l’Unità ben arrotolata, che è meglio tenersi informati.

Il corteo partiva dalla casa del defunto, al suono della banda che intonava arie famose delle opere liriche o Bella Ciao. Poi sostava davanti alla cooperativa: tutti fermi ad ascoltare Bandiera Rossa. Quindi proseguiva passando davanti al sagrato, su cui, regolarmente, stazionava immobile il parroco con due chierichetti, pronto ad impartire un’eventuale benedizione in caso il feretro si fosse fermato. Il feretro non si fermava quasi mai, secondo le istruzioni impartite per tempo dal caro estinto.

Solo le donne davano mandato di fermarsi e si prendevano la benedizione: sante donne, anche dopo il trapasso rimanevano fedeli all’usanza di rappresentare la famiglia…

(nella foto i miei bisnonni, anzi i “nonni vecchi”)

Share this Post