Andrea/ Maggio 11, 2020

I nostri alunni, studenti, bambini e bambine, sono a casa dal 24 febbraio scorso. La loro mobilità è stata circoscritta per più di due mesi entro mura domestica diseguali, senza considerare che ognuno di loro vive situazioni, sociali, familiari, abitative, differenti.  Alcuni di loro hanno potuto continuare ad uscire, in cortile, in giardino, ad altri, molti, è stato tolto anche questo diritto, assieme a quello di camminare, correre, giocare all’aria aperta.

Allora, così come ora, sono stati presi in considerazione dal governo, e dalle autorità regionali e locali, molteplici scenari, suddividendo le attività economiche in vari comparti da aprire o chiudere. Invece la scuola, con i suoi oltre 8 milioni di alunni, è stata considerata come un blocco unico, da liquidare con una chiusura senza soluzione di continuità.

La scuola, è vero, come comunità educante, ha continuato ad esistere, a distanza, nel modo che ha potuto, ovvero nelle modalità che molti educatori ed insegnanti hanno man mano imparato ad usare per dare continuità alla relazione con i loro alunni.  Quello che non ha potuto, è contrastare il peso delle loro differenze, che anzi si sono fatte sentire ancora più forte, tra chi ha, per così dire, in casa, risorse a sufficienza (affettive, culturali e materiali), e chi non ne ha.

In questo contesto, ogni valutazione a fine anno, non sarà né sommativa né formativa, ma solo di come e quanto le famiglie ce l’hanno fatta a rimanere connesse.

Il punto, adesso, è non perdere altro tempo e mettere in campo idee concrete per una discussione seria, non sul se e quando, ma sul come, la scuola ed i servizi educativi vadano riaperti. 

Idee creative, innovative, educative, che con coraggio ci portino verso il cambiamento. E non perché ce lo impone la pandemia, ma perché questo cambiamento era necessario anche prima di tutto questo.

Alcune di queste idee non sono proprietà di nessuno, circolano da tempo tra molti di noi.

Apriamo le scuole, o meglio, la città alle nostre scuole. Che ogni piazza, parco, biblioteca, museo cittadino si faccia aula a cielo aperto.

Riduciamo il numero dei bambini per classe o sezione. Superiamo le situazioni di sovraffollamento, consentendo ai nostri educatori ed insegnanti di lavorare con piccoli gruppi di bambini ed in compresenza tra loro. 

Rimoduliamo il tempo ed i tempi per l’apprendimento. Il calendario scolastico, le routine settimanali e quotidiane. Facciamo diventare la scuola del tempo pieno, non più lunga, ma piena di significato, distesa tra più spazi e momenti. 

Coinvolgiamo in modo orizzontale le tante realtà, associative, cooperative, culturali e sociali, che sono presenti sul territorio, e che lo rendono, e ci rendono, comunità.

Aumentiamo il numero di educatori ed insegnanti, con posizioni di ruolo, non precarie, e investiamo per davvero nella loro formazione, senza buoni e senza sconti.

Guardiamo all’orizzonte tanto decantato di far crescere cittadini, autonomi e competenti, capaci di non fare un giorno i nostri sbagli.

L’innovazione non è la didattica a distanza, Teams, Meet, Zoom, WhatsApp e Skype, è – come sempre è stato – la didattica. Interrogarsi, cioè, continuamente ed in modo critico sul come insegnare ed educare, sul chi siamo, in quanto educatori ed insegnanti, e sul chi sono i nostri alunni, bambini e bambine, quali sono le loro condizioni di partenza, non solo sul versante degli apprendimenti.

Didattica è chiarire quali sono i nostri fini. Precisare e riformulare, se è il caso, i nostri obiettivi, e sulla base di quelli guardarsi attorno, scegliere e predisporre gli strumenti e le situazioni più adatte per il loro conseguimento. Ed oggi è il tempo, di fare quello che non abbiamo avuto il coraggio di fare fino ad oggi: innovare la scuola ed i servizi educativi, investire risorse anche economiche per fare un balzo in avanti, e dimostrare che ci crediamo davvero, al nostro futuro. E credere anche per davvero a quella tanto declamata Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, e ratificata dall’Italia il 27 maggio 1991, che nel suo terzo articolo recita così:

“In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente.”

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