Paolo/ Novembre 2, 2020

Le sorelle Macaluso

I film sono capaci di risvegliarci qualsiasi genere di emozione.

Ci mettono allegria, ci fanno piangere di tristezza o per comicità, ci fanno riflettere e al tempo stesso ci regalano ore rilassanti. Poi ci sono quei film in grado di trasmetterci un messaggio emozionante, profondo, vibrante; quei film capaci di risvegliare la nostra curiosità, mettere in discussione i nostri valori, fare appello alla nostra coscienza o farci vedere la realtà da un altro punto di vista.

Arrivata per caso al cinema Rosebud in un sabato sera di settembre, Le sorelle Macaluso, mi ha conquistata “sulla distanza” e non nell’immediato, ovvero dopo essere riuscita a metabolizzarlo in maniera compiuta e a far sedimentare la risposta emotiva a ciò che ho visto.

“La trama del film si sviluppa su tre piani temporali (infanzia, età adulta, vecchiaia), concentrandosi sulle cinque protagoniste, sul loro rapporto e su un evento che cambierà per sempre le loro vite. Le sorelle Macaluso sono cinque, bambine e giovani ragazze che vivono senza genitori all’ultimo piano di una palazzina nella periferia di Palermo, allevando colombi, per guadagnare qualche soldo”. Maria danza, Pinuccia ama, Lia legge, Katia dispone, Antonella osserva. Osserva le sorelle azzuffarsi, litigare, discutere, truccarsi, inventarsi le giornate e rinviare la miseria.

Antonella è la più piccola e attorno a lei ruota il mondo delle sorelle maggiori. In una bella giornata di sole, le sorelle si mettono in viaggio per andare al mare, “a Charleston”, un bagno privato dove si divertono, incoscienti che la vita qualche volta imbroglia, senza immaginare che dopo questa volta nulla sarà più lo stesso. Antonella, la più piccola delle sorelle muore in una bella giornata di sole. Una giornata felice e spensierata. Antonella muore e da quel momento, nelle dinamiche relazionali tra le sorelle si insinuano colpa, rancore, recriminazione. Basta un attimo e Antonella diventa il loro errore fatale, il loro segreto, il loro rimorso. Le risate di quella giornate al mare quindi lasciano spazio ai rancori e ai legami duri ma indissolubili. Alla fine si ritrovano le sorelle in vecchiaia, quando nel cuore hanno spazio solo sentimenti di perdono.

Ciò che ho trovato particolarmente curioso nel film è stato notare come i volti delle cinque protagoniste si trasformano (escludendo Antonella, presenza costante ma sempre bambina ed immutata), tra risate e pianti arrivano le rughe, e la casa in cui sono cresciute invecchia insieme a loro. L’appartamento delle sorelle, sembra essere a tutti gli effetti un personaggio completo e vivido nella sua interezza: ha emozioni, invecchia, la sua pelle porta cicatrici e i segni del tempo che passa, tanto quanto accade per chi è cresciuto tra le sue mura. La casa unisce queste cinque donne: un appartamento all’ultimo piano che sopravvive all’usura del tempo e resta in piedi, anche quando gli umani piano piano se ne vanno. E’ una casa che guarda e vede, osserva la vita che scorre e passa, che avvolge ogni stagione ed evento, che sopporta e guarda chi la abita crescere e sbagliare. Come un genitore comprensivo che guarda i figli muovere primi passi incerti, correre, rallentare, sobbalzare, trasalire e poi fermarsi, per sempre. Personalmente ho percepito la casa come la reale protagonista del film, il contenitore che raccoglie e custodisce segreti, gesti, pensieri, lacrime e sorrisi. La casa è una presenza reale, al contempo un luogo mentale, in cui aleggia l’alone di morte, ospite di fantasmi, che fanno visita e interagiscono con i vivi. La casa è dominata e abitata esclusivamente da figure femminili, uno spazio dal quale non si esce mai realmente, se accade lo si fa per poco, ma necessariamente da adulti se ne fa inevitabile ritorno, e si è chiamati a tornarci, rimanendo di fatto chiusi in quelle quattro mura. Ciò avviene anche per i piccioni, che per anni permettono alle sorelle di mantenersi; affittati per le cerimonie ma che, una volta terminato il “lavoro” seguono la strada per ritornare a casa. E sempre a casa ritornano, anche negli anni successivi, dopo essere stati “accantonati”, come attratti da una forza che non consente loro alternative.

Concludo questo flusso di pensieri liberi sul film, che ho sentito essere stato definito sulla “sorellanza”, io sinceramente l’ho percepito di più come un film sulla famiglia. La famiglia come una società ristretta, indifferentemente da quanti e quali siano i membri che la compongono, ma è lo stare e il vivere insieme che crea la famiglia. In famiglia si può iniziare a comprendere il proprio valore, la propria forza; è in famiglia che ci si prepara alla vita, a combattere, che dobbiamo ubbidire, ammiccare o aiutare, che si scoprono i sentimenti che ci governano, ed è sempre in famiglia che impariamo ad amare o a odiare. Ci scontriamo con fratelli e genitori sin da piccoli, ed è all’interno della famiglia che cerchiamo di sgomitare per conquistare un bacio, un sorriso, un complimento ed è sempre lì che a volte ci sentiamo poco considerati, trascurati e non abbastanza amati. Ma come accade nel film, è in famiglia che si ritorna sempre, dove la porta è sempre aperta, ad accogliere rispettando quei legami impossibili da spezzare, anche quando si rompe qualcosa per sempre.

F.P.

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