UNO Come ogni cosa in questi mesi, anche la biblioteca vive un periodo di sospensione che sembra irreale, non vero. Molti di noi vivono o hanno vissuto il dramma della malattia, in prima persona o di riflesso, che ne fa un’esperienza molto concreta, tangibile. Quantificabile, potremmo dire. Ma la stragrande maggioranza delle persone si trova a fare i conti con il “non essere” di situazioni e rapporti inesistenti, non riconoscibili, difficilmente interpretabili. Ma che tuttavia esistono. Come affermava nelle sue provocazioni estreme Carmelo Bene, il teatro esiste anche senza pubblico, perché l’attore basta a se stesso e può essere interprete e pubblico insieme. Così anche la realtà attorno a noi continua ad esistere, con o senza di noi. Sappiamo che esiste, ma abbiamo la netta sensazione di essere una parte ininfluente di essa. Al peggio, che la subisce. Questa situazione mi ricorda un vecchio film, nel quale un uomo viene trasportato ancora vivo in una cassa chiusa. All’altezza del viso c’è una piccola apertura, dalla quale l’uomo osserva scorrere il mondo di fuori. La sua incredulità è un po’ la nostra. Sappiamo che questo non è più il nostro mondo, o almeno non vogliamo crederlo. Ci siamo dentro ma, per ora, siamo solo spettatori. Non abbiamo codici per capire. Non capiamo il presente, ma soprattutto non capiamo il futuro. Ma nonostante questo, nonostante il nostro allargare le braccia ogni volta che un lettore entra in biblioteca e ci chiede “quando finirà?”, oppure “come state?” e noi invariabilmente rispondiamo “così”, sappiamo che qualcosa prima o poi dovrà succedere.

DUE Infatti, poco a poco vediamo che qualcosa si muove, che qualche spiraglio di normalità si affaccia all’orizzonte. Le scuole superiori riaprono (un po’) i bar e i ristoranti riaprono (un po’) persino le piste da sci potrebbero (un po’) riaprire. Anche le nostre biblioteche (che, a dire il vero, erano già un po’ aperte) hanno riaperto alla consultazione del pubblico i propri scaffali. Da venerdì 5 febbraio, finalmente le persone che vi entrano non sono più fugaci apparizioni, mani che prendono o che lasciano e scompaiono in pochi secondi. Torniamo pian piano ad essere chi siamo sempre stati, a fare ciò che abbiamo sempre fatto. Lasciar viaggiare tra gli scaffali. Lasciar toccare, aprire, consultare i libri. E poi, scambiare opinioni, dare consigli, accogliere richieste. Finalmente possiamo evitare di deludere i bambini che, abituati ad andare dritto al ripiano dove sapevano di trovare il libro preferito, si sentivano dire “non si può”.
É vero, ad essere sinceri non possiamo giurare che tra qualche settimana
non si tornerà nel limbo, ma ciò che conta è che si ricomincia ad essere
quello che si era. La biblioteca è una biblioteca, i bibliotecari sono
bibliotecari, i lettori sono lettori.
E presto, la strada sarà la strada, la piazza la piazza, la scuola la scuola.
E magari un volto sarà un volto.

P.s.: il film è “Vampyr”, di C.T. Dreyer. Inquietante, ma vivamente consigliato.