(o della parità di genere)

Quando ero bambina mi toccò l’asilo parrocchiale, gestito dalle suore. Tralascio l’ambiente a misura di bambino con insegnanti degne del film Magdalene, comunque si trattava di una scuola di impostazione cattolica e ovviamente prevedeva l’adempimento delle celebrazioni del Natale, presepe compreso.

Ricordo che andare all’asilo mi faceva schifo e vomitavo tutti i giorni, però l’edificio in cui si trovava era bellissimo, una costruzione fine anni ’60 con grandi vetrate che davano sul giardino. Proprio su queste vetrate le ragazze volontarie della parrocchia ebbero l’idea di dipingere il presepe. A turno un bambino veniva chiamato fuori dalla sua classe e invitato a disegnare sul vetro un personaggio.

Quando toccò a me guardai quello che avevano fatto i bambini che mi avevano preceduto e notai che avevano tutti dipinto personaggi maschili. Ça va sans dire, mi misi subito all’opera per pareggiare la situazione esclamando “Io faccio una personaggia!”. L’educatrice mi bloccò subito, con uno spiegone che riassumo così: “Non si dice personaggia, e devi fare un personaggio”. Notare bene: correggeva il femminile improprio, ma in realtà tendeva a far disegnare un altro maschio. Io naturalmente insistetti un bel po’, sia nei termini che nella sostanza, e, poiché non mi ero fermata di dipingere mentre discutevo, una donna fece la sua comparsa nel presepe.

Ciclicamente riparte la battaglia, portata avanti da questa o quella categoria professionale a turno, per avere declinati al femminile i nomi delle professioni: l’avvocata, l’ingegnera, la notaia… l’ultimo dibattito si è scatenato proprio pochi giorni fa sul/sulla direttore/direttrice d’orchestra.

Io a questa battaglia non ho mai aderito, e il motivo è semplice, visto che sono un architetto…e pensare di affermare una parità di genere facendosi appellare archiTETTA mi pare una contraddizione. Anche perché il termine non viene mai pronunciato in tono neutro, ma con una certa malizia, se va bene, quando non con un tono sprezzante. Più di una volta mi è toccato correggere lo spiritoso di turno con un secco “Architetto, prego”, magari mentre quello faceva scorrere uno sguardo ironico sulla mia umile seconda taglia o coppa B, come preferite chiamarla.

Recentemente, a distanza di ben 40 anni da quel Natale all’asilo, mi è capitato di partecipare all’ennesima discussione tra colleghe architett* sui termini con cui veniamo chiamate. Il primo e più diffuso, e credo lo condividiamo con tutte le professioniste laureate, è “dottoressa”. Per carità, nulla di male perché siamo effettivamente dottoresse in qualcosa, tuttavia abbiamo anche conseguito l’abilitazione all’esercizio della nostra professione con l’Esame di Stato, il che ci porta un po’ oltre e ci qualifica appunto come professioniste; ma il problema vero è che l’architetto uomo è architetto, la donna dottoressa, e lo stesso accade alle altre professioniste. Come dire, ok, ma stai al tuo posto, cioè un passo indietro.

Ovviamente c’è di peggio: c’è la “signorina” (mah, forse ora che non siamo più così giovani ce lo faremo piacere, basta non diventare delle signorine Silvani di fantozziana memoria), ma il peggio del peggio è “la segretaria dell’architetto” (il collega uomo di turno). Manca solo l’architettina, come la letterina o la meteorina!

Come è noto non c’è parità di retribuzione a parità di lavoro tra i due generi: nel caso specifico degli architetti i dati non sono recenti, ma nel 2015 il reddito medio degli uomini superava del 22% quello delle donne. E va molto peggio se estendiamo ai professionisti in genere: secondo l’Associazione degli Enti previdenziali privati (AdEpp) nel 2020 le donne hanno avuto un reddito pari al 55% di quello degli uomini, dato che conferma quello dei professionisti iscritti all’INPS del 2019. La minor retribuzione è figlia di molti fattori (una discriminazione di base sicuramente, la tendenza ad accettare lavori sottopagati pur di fare qualcosa, il peso degli impegni familiari che fa sì che una donna possa dedicare meno ore di un uomo al lavoro e spesso rinunci a commesse importanti per timore di non essere “performante”).

Sempre parlando di lavoro, sono da qualche settimana usciti i dati ISTAT sulla disoccupazione: nel 2020 hanno perso il lavoro 444mila persone; di queste 312mila, cioè il 70,2% sono donne!

Vi piacciono i numeri ma preferite cambiare argomento? In Italia ogni 5 giorni viene uccisa una donna, e sappiamo tutti che generalmente questo accade nell’ambito familiare o “amoroso”. UNA ogni CINQUE giorni. Nel silenzio generale. Ora, provate a pensare a un omicidio ogni cinque giorni che interessasse altri ambiti: per esempio, se ogni 5 giorni un anziano venisse ucciso mentre provano a rubargli la pensione, o se ogni 5 giorni venisse ucciso un ragazzo in una rissa davanti a un locale. Immaginate la levata di scudi contro la criminalità o le discoteche! Invece… niente, o peggio, ancora si giustifica l’assassino, basti pensare ai titoli dei giornali “era depresso”, “era geloso”, “il gigante buono” (!). E per cinque uccise, quante subiscono violenze fisiche e psicologiche ogni giorno?

In nomen omen, dicevano gli avi, o in nomen woman avrebbe detto più recentemente il predicatore Cleaver, ma il concetto credo sia: se la situazione è questa, non perdiamo di vista le cose importanti (davvero) per fare battaglie che ci portano via energie da dedicare a ben altro. Dobbiamo spendere le nostre forze sulla sostanza e non sulla forma. Non abbiamo più cinque anni.

[Nelle foto due autoritratti: Artemisia Gentileschi, pittrice del XVI secolo, e Lee Miller, fotografa del XX secolo. Due donne che, a distanza di 400 anni, hanno condiviso una vita in salita, cominciata subendo una violenza, ma che non hanno mai rinunciato ad inseguire la passione per il proprio lavoro e a perseguire la propria autodeterminazione. Se volete conoscere le loro storie vi consiglio due libri bellissimi, “La passione di Artemisia” di Susan Vreeland, e “La vasca del Fürher” di Serena Dandini, entrambi disponibili presso la Biblioteca Rosta Nuova.]