di Paolo Belluardo

Oggi, primo dì del mese di maggio dell’anno 1 d.C. (dopo CoViD-19, il famoso Nazareno non c’entra stavolta), riaccendendo nostalgiche memorie di oceanici assembramenti di piazza, la mente corre ad un lontano passato, quando questo giorno segnava le celebrazioni della Festa dei Lavoratori.
Per chi non riuscisse più a ricordare il mondo come era prima del distanziamento, il Primo Maggio (con le maiuscole) era, in qualche modo, un compleanno: l’anniversario dell’istituzione della giornata lavorativa di otto ore, che veniva elevato a simbolo per celebrare il diritto al lavoro, alla dignità e al benessere di ogni cittadino. Il lavoro come valore assoluto. Su questo principio abbiamo, poi, posato le fondamenta della nostra democrazia e ci siamo emancipati come comunità. Il lavoro come liberazione.
Ma quest’anno, lo sappiamo, è tutto diverso: questo Primo Maggio non è più una festa. Non lo è perché anche questa festa, come tutte le altre, ci è preclusa per la sacrosanta tutela della salute di tutti, e questo basterebbe. Ma, diciamoci la verità: quest’anno la Festa dei Lavoratori non andrebbe onorata perché non ci sono più i lavoratori! Farlo suonerebbe ipocrita, anacronistico e macchiato da qualche goccia di insopportabile ottimismo.
Se allora oggi non è più la Festa dei Lavoratori, che sia almeno uno tra gli altri 364 non-compleanni del lavoro. Perché il Primo Maggio, lo abbiamo già detto, è il compleanno del lavoro. E se il lavoro ha un compleanno, allora deve avere 364 non-compleanni, non-feste, come nel film d’animazione “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Che poi, il concetto di non-compleanno era stato tratto in realtà dal romanzo “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”, scritto sempre da Lewis Carroll qualche anno dopo il testo da cui era tratto il film Disney, e di cui ne era sostanzialmente il seguito. In quel geniale eppur leggero racconto, Lewis Carroll e il suo simpatico gusto per il non-sense ricordano ai lettori (bambini, ufficialmente) quanto sia importante sentirsi felici, amati, al centro dell’attenzione in tutti i 364 giorni che durante l’anno non sono il nostro compleanno. L’altezzosa goffaggine di Humpty Dumpty (nella versione originale) suggerisce una considerazione molto lucida che la delirante stramberia del Cappellaio Matto e della Lepre Marzolina (nel film) camuffa con un assurdo e divertente scherzo. E cioè, che va bene celebrare il compleanno di un bambino con dimostrazioni d’affetto, divertimento e regali, ma si deve fare di più: non bisogna mai dimenticarsi di tutti gli altri giorni che sono, appunto, non-compleanni e dovrebbero, comunque, riservare cose che fanno stare bene.
Carroll si rivolgeva ai bambini, e le sue storie erano quasi manifesti politici a loro indirizzati. Di manifesti politici per adulti lavoratori ne abbiamo già e non abbiamo bisogno di altri, forse. Ma ci auguriamo che tutti gli adulti, occupati o meno, facciano loro la bizzarria di pretendere che tutti i giorni siano la loro non-festa.
Quindi…

… Un buon non-compleanno a voi!